Sei mai stat* in vacanza in un libro?

GIRALIBRO NON VA IN VACANZA: ha selezionato alcuni Punti GiraLibro che non vanno in ferie, o ci vanno solo per pochissimi giorni. Ecco i Punti GiraLibro attivi con la loro dotazione di GiraLibri:

CENTRO ESTETICO BIEN-ÊTRE
via Goito ang. via Galliari 4/e, tel. 011 6505636
ORARIO lun 12-20:30 | mar – ven 9-20:30 | gio 9-14 | sab 9-18
CHIUSURA ESTIVA: 15-20 agosto
GIRALIBRI JUNIOR
Anna Vivarelli, Salta il sasso, l’asino vola, Notes
Galante Garrone, Tabusso, La storia di Alì Babà, Notes
Tomatis, Ghigliano, Il cerchio delle formiche, Notes
Paola Dalmasso, La banda del mondo di sotto, Giralangolo
Anna Prandi, Il cavallino d’oro, Espress
Antonio Imbasciati, Storie del nonno, Espress
GIRALIBRI
Göran Tunström, Lettera dal deserto, Iperborea
Jeanette Turner Hospital, Orfeo perduto, Marcos y Marcos
AA.VV., Sostiene Sankara, Becco Giallo
Philippe Djian, “Oh…”, Voland
Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, minimum fax
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PIOLA IL CAMALEONTE
via Berthollet 9/f, 011 6504115
ORARIO dom chiuso | lun – sab 17-01 | dal 25 al 30 agosto: 17-21
CHIUSURA ESTIVA: 15-21 agosto
GIRALIBRI JUNIOR
Di Marco e Rivola, Duvolte e i pirati dei Caraibi. Un professore all’arrembaggio, laNuovafrontiera junior
Di Marco e Rivola, Duvolte e Annibale. Un professore tra Cartaginesi e Romani, laNuovafrontiera junior
Di Marco e Rivola, I mille e una storia, laNuovafrontiera junior
GIRALIBRI
Marco Biaz, Che te lo dico a fare, Miraggi
John Berger, Contro nuovi tiranni, Neri Pozza
Saul Frampton, Il gatto di Montaigne, Guanda
Yuri Herrera, Segnali che precederanno la fine del mondo, La Nuova frontiera
Kader Abdolah, Il re, Iperborea
Ernu Vasile, Nato in URSS, Hacca
George Saunders, Dieci dicembre, minimum fax
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GELATERIA MARA DEI BOSCHI
via Berthollet 30/h, tel. 011 0769557
ORARIO tutti i giorni | fino al 24/08: 15-24 | dal 25/08: 11-24
CHIUSURA ESTIVA: 15 agosto
GIRALIBRI JUNIOR
Sandra Cisneros, Bravo Bruno!, laNuovafrontiera junior
Pina Varriale, Leo punto e a capo, Mondadori
Antonio Imbasciati, Storie del nonno, Espress
Pecchenini e Bellotto, Luigino va in montagna, Buk
Malavolti e Moggi, Ariella, Buk
Pitzorno, La bambola viva, Mondadori
Beatrice Masini, Olga in punta di piedi, Einaudi
Georgie Birkett, Sono una principessa, Emme edizioni
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NATURAL BISTROT SPAZIO MOUV’
via S. Pellico 3, tel. 011 6693880
ORARIO dom chiuso | lun 18-24 | mar-sab 10-24
CHIUSURA ESTIVA: 10-18 agosto
GIRALIBRI
Lawrence Ferlinghetti, Il senso segreto delle cose, Minimum fax
Ivan Franceschini, cina.net. Post dalla Cina del nuovo millennio, ObarraO
Tuomas Kyro, L’anno del coniglio, Iperborea
Matti Ronka, L’uomo con la faccia da assassino, Iperborea
Lisa Signorile, L’orologiaio miope, Codice edizioni
Giuseppe Bonura, Racconti del giorno e della notte, Hacca
Mircea Cartarescu, Abbacinante. L’ala sinistra, Voland
Maurizio Ceccato, Non capisco un’acca, Hacca
Paola Cereda, Se chiedi al vento di restare, Piemme (2 copie)
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TEAPOT TISANERIA CON CUCINA
via S. Pellico 18, tel. 011 19781481
ORARIO lun-ven 8-18 | sab e dom 9-15
CHIUSURA ESTIVA: 14-17 agosto
GIRALIBRI JUNIOR
Stephanie Blake, Non voglio andare a scuola, Babalibri
Silvina Ocampo, L’arancia meravigliosa, Mondadori
Jeanette Winter, Alia, la bibliotecaria di Bassora, Mondadori
Beatrice Masini, Olga in punta di piedi, Einaudi Ragazzi
Di Marco, Rivola, 300+1. Un professore alle Termopili, LaNuovaFrontiera
Galante Garrone, Tabusso, La storia di Alì Babà, Notes
Forrest Carter, Piccolo Albero, Salani
GIRALIBRI
Arto Paasilinna, Sangue caldo nervi d’acciaio, Iperborea
Erlend Loe, Saluti e baci da Mixing Part, Iperborea
Olav Hergel, Il fuggitivo, Iperborea
Caroline Walsh (a cura di), Smettila di piangere. Racconti di scrittrici irlandesi, minimum fax
Zachar Prilepin, San’kja, Voland
Alessandro Turati, Le 13 cose, Neo.
Lisa Gardner, Toccata e fuga, Marcos y Marcos
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ECOBOTTEGA SOSTENIBILE VERDESSENZA
via S. Pio 20/f, tel. 011 8198187
ORARIO lun-sab 10-13:30, 15:30-19:30
CHIUSURA ESTIVA: 13-21 agosto
GIRALIBRI
Georgi Gospodinov, Fisica della malinconia, Voland
Maria Barbal, Come una pietra che vola, marcos y marcos
Paolo Nori, Si chiama Francesca questo romanzo, marcos y marcos
Fulvio Ervas, Si fa presto a dire Adriatico, marcos y marcos
Stefano Bruccoleri, L’allevatore di farfalle, Eris
Bruce Sterling e Yasmina Tesanovic, Mai più senza Torino, Espress
Fariba Vafi, Come un uccello in volo, Ponte 33
Marco Biaz, Che te lo dico a fare, Miraggi
GIRALIBRI JUNIOR
Andrea Valente, Campione sarai tu!, Zelig editore

Pina Varriale, Leo punto e a capo, Mondadori

Leo, nella vita, i libri vorrebbe scriverli, e non ritrovarsi protagonista a dodici anni di una specie di romanzo d’appendice: si innamora di una biondina irraggiungibile che non lo degna di uno sguardo, è invischiato in un losco traffico di temi di italiano pagati a gelati e patatine, ha una nonna scatenata e dei genitori che ormai comunicano solo a suon di porte sbattute. Fortuna che anche nelle storie più tragicomiche, se non il lieto fine, c’è sempre un punto e a capo! Età di lettura: da 9 anni.

Bianca Pitzorno, La bambola viva, Mondadori

Se la maestra legge in classe la storia di una bambola magica che si comporta proprio come un bambino vero… E se al bambolotto di Chiara e Carlotta succede proprio la stessa cosa… E se ai giardini una baby-sitter miope e vanitosa pensa di più ai suoi corteggiatori che alla bambina a cui dovrebbe badare… E se, se, se…
Ma quando arriva la fata a fare la contromagia?

Beatrice Masini, Olga in punta di piedi, Einaudi

Olga, dodici anni, studia danza classica da quando era piccola. È sempre stato divertente. Ma adesso che frequenta la scuola di ballo più importante della città, non è più tanto sicura che le piaccia. Olga deve muoversi in un mondo sconosciuto, pieno di regole. È tutto più difficile. Gli insegnanti sono severi, inflessibili. Le compagne sono ambiziose, spietate. Bisogna essere brave, bravissime, più brave di chiunque altro. È una gara continua. Anche la mamma vorrebbe che lei fosse una ballerina perfetta. E invece Olga ogni tanto avrebbe voglia di lasciarsi andare, di essere una ragazzina qualunque. Età di lettura: da 10 anni.

Philip Roth, Nemesis, Jonathan Cape London

(in lingua originale)

Philip Roth deve aver scoperto la fonte dell’eterna giovinezza letteraria in una stradina di Newark o nello stato del Connecticut, dove attualmente vive. Ogni suo nuovo romanzo sembra incorporare il fuoco sacro dello scrittore agli esordi. L’energia dirompente, l’ingenuità, una brezza di entusiasmo capace di spazzare via anche il più piccolo acaro di affaticamento. Allo stesso tempo, ne è prova anche l’ultimo romanzo, appare evidente l’unicità di Roth nel panorama internazionale, scrittore padrone della materia, demiurgo che toglie e restituisce, personificazione della “giustizia distributiva”, come appunto la dea Nemesi.
Nell’estate del 1944 gli Stati Uniti si trovano a combattere due guerre. Quella al fronte contro tedeschi e giapponesi e quella a casa contro il flagello della polio. Nell’estate del 1944 e nei successivi anni fino alla messa in commercio del vaccino la polio sarebbe stata un avversario temibile quanto i kamikaze giapponesi. Ne verrà colpito anche il presidente Roosevelt. Nella prima parte di Nemesi, Roth mette in campo un narratore onnisciente o almeno così crediamo. Ma siamo abituati a non fidarci troppo di Roth e anche per questo lo amiamo. Ecco la vita di Eugene Cantor, per i suoi amici Bucky, un ragazzo ebreo di Newark, vent’anni, atleta eccellente, un futuro come insegnante di educazione fisica. Sua madre è morta durante il parto. Suo padre è un truffatore mai presente. Eppure Mr. Cantor è cresciuto nell’amore, ha imparato il senso del dovere, a essere determinato, coraggioso nelle difficoltà. Valori assorbiti dai suoi nonni materni, gli unici veri genitori che abbia mai avuto. Sarebbe stato un soldato perfetto, Mr. Cantor, ma un difetto alla vista gli ha negato la possibilità di arruolarsi.
Quella che per molti sarebbe stata una fortuna per lui diventa una vergogna difficile da sopportare. Si vergogna a farsi vedere in abiti civili, piange quando i suoi migliori amici partono per l’addestramento. Il pensiero del “come sarebbe stato se” accompagnerà l’intera esistenza del protagonista. Se sua madre fosse sopravvissuta al parto, se suo padre non fosse stato un ladro, se il difetto alla vista non gli avesse impedito di arruolarsi, se lui fosse stato più attento… Pagina su pagina, Roth mina le fondamenta del suo piccolo eroe, punisce la sua vita, stringe all’angolo la sua lucidità.
Bucky Cantor, quando aveva dieci anni, ha ucciso da solo un topo nel negozio di suo nonno, grazie a quella determinazione e forza di volontà che ora vuole trasmettere ai ragazzi del campo giochi di cui è responsabile, vittime preferite della polio. Diventa ben presto un modello per loro. Difendere quei ragazzi dal contagio diventa la sua missione di soldato in patria. Roth costruisce un personaggio imbevuto fino al midollo di rettitudine morale, un guerriero che ha bisogno di un nemico da combattere. E se non possono essere i giapponesi sarà la polio, e poi Dio e infine se stesso, quando non troverà più nessun altra forza verso cui dirigere la propria superbia.
La costruzione del personaggio sembra rispondere alla legge meccanica e simbolica, maggiore sarà il suo peso e più forte sarà il rumore che farà quando crollerà a terra. Per questo in alcuni momenti il protagonista appare ai nostri occhi come un eroe invincibile, puro di cuore, che tutti amano, generoso fino all’annullamento personale. Qualcuno ha scritto che le vere storie d’amore di Philip Roth, non sono tanto quelle vissute dai personaggi, ma forse quelle che il grande scrittore americano vive con i protagonisti dei suoi romanzi. E nelle ultime pagine Roth restituisce a Mr. Cantor un attimo di bellezza perduta, come un dio buono che torna sui propri passi.

John Berger, Contro i nuovi tiranni, Neri Pozza

Esiste una nuova specie di tiranni che non ha nulla a che vedere con i dittatori del passato. Hanno una faccia anonima, vagamente rassicurante, «come la sagoma dei furgoni portavalori». Sono vestiti in modo impeccabile, hanno capigliature curate, occhi svelti che osservano tutto, orecchie capienti «come banche dati» e un’insaziabile brama di controllo. Dicono di essere esperti di economia e di politica, ma conoscono solo la legge del guadagno e decidono delle vite di migliaia di persone. Sono i profittatori. E questo libro è contro di loro. Questi scritti che John Berger ha prodotto nell’arco di quasi sessant’anni (dal 1958 al 2012) riflettono la genialità e la ricca versatilità dell’autore, e spaziano con estrema naturalezza da articoli sulla politica recente (Bush, Sarkozy e Dominique Strauss-Kahn) ad appelli per la mobilitazione, da brevi scritti sull’arte e sulla fotografia (Il bisogno di imparare) a racconti struggenti (Qui, dove ci incontriamo, in cui l’autore parla con la madre morta dieci anni prima). Attraversando le transizioni epocali del Novecento, come la nascita dello stato di Israele o il crollo del muro di Berlino, l’autore non risparmia critiche illuminanti e caustiche alle guerre preventive degli Stati Uniti e alle proteste no-global, fino al recente crack finanziario mondiale.Il mondo contemporaneo è una sfera tra le mani di John Berger, che la osserva e la tocca con una tenerezza, una passione e un’indignazione inusitate nella letteratura del nostro tempo, e la consegna al lettore perché ripensi «i confini della politica»; perché rifletta sul «potere delle parole» troppo spesso lasciate a chi ne fa un uso cinico, persuasivo, e manipolatorio; perché capisca che il senso di questo presente assurdo sta non soltanto nella memoria di un passato collettivo, ma anche nelle piccole cose che ci accadono ogni giorno, che ci parlano di noi, della nostra vita, e ci fanno sentire «meno soli, non solo nel mondo, ma anche nella Storia».

Un libro unico come il suo autore – vincitore del Man Booker Prize, il più noto riconoscimento per la letteratura inglese – che «non trascina la politica nell’arte», ma guarda alla politica attraverso la lente d’ingrandimento dell’arte, perché «si può fare arte raccontando una storia o scrivendo su un affresco di Giotto, oppure studiando in che modo una lumaca arriva in cima a un muro».

Leena Lander, Venga la tempesta, Iperborea

Cos’è realmente accaduto quel giorno di maggio 1936 in cui Vida Harjula ha dato alla luce il secondo figlio Olavi, mentre la sua piccola Aino viene trovata annegata nelle acque basse di un ruscello tra le colline fatali, e Sean, l’uomo amato per il quale si preparava a lasciare il marito, è sparito senza dare spiegazioni dal villaggio e dalla sua vita? Qual’è il legame tra questi drammatici eventi? Perché nessuno ha mai indagato sull’improbabile morte accidentale della bambina? I fatti si svolgono a Colle-Olki, intorno a una miniera di nichel che attira l’interesse di potenze straniere, non lontano da quella frontiera russa che acuisce l’intolleranza dei conflitti politici, un luogo su cui aleggiano misteriose forze telluriche che alimentano leggende e timori ancestrali, rendono le passioni esplosive, ridanno ai sentimenti la loro forza elementare. E’ qui che sessant’anni dopo la nipote di Vida, iris Lehto, giornalista in pieno naufragio coniugale ed esistenziale, viene inviata per un reportage sul nuovo progetto di stoccaggio di scorie nucleari nell’ex miniera in disuso. Ma più dell’inchiesta ecologica, sono quelle domande in cui Iris si trova quasi suo malgrado coinvolta, spinta a scendere nelle acque sotterranee della memoria, dove sono sepolti i segreti di un passato in cui i ricordi di famiglia si intrecciano alle trame della Storia. Personaggi estremi, vite appassionate, in perenne confronto con l’amore, il desiderio e la follia, la ribellione e l’espiazione, che per frammenti, in un continuo alternarsi di presente e passato, a poco a poco le si rivelano, filoni aurei in quella pietra che condiziona il loro destino. “La pietra è il tempo, la pazienza incrollabile del tempo”, con cui si innalzano megaliti verso il cielo, dove dèi imperscrutabili richiedono a volte il sacrificio di innocenti per ristabilire un’armonia, illuminare un senso, trovare una riconciliazione con la vita.

Aki Kaurismaki, L’uomo senza passato, Iperborea

Ci sono libri scritti da sognatori. Libri comeL’uomo senza passato che, pagina dopo pagina, raccontano storie memorabili, 
illuminate di tenerezza e di humour. Dopo un’aggressione in cui ha perso la memoria, M
 si ritrova a vivere nella povertà estrema della periferia di Helsinki. Solo e malandato, incontra solidarietà e accoglienza in una comunità di senzatetto che vivono nella baraccopoli di container vicino al porto. Con la sua incantevole vena surreale, rassegnato e ottimista, Kaurismäki dà vita a un’umanità ricca di dignità e di spirito quanto povera di beni materiali. Diseredati moderni, ironici e stravaganti, ipersonaggi di questo libro sembrano emergere da un altro tempo: la dolce e silenziosa Irma, i volontari 
dell’Esercito della Salvezza, il rapinatore gentiluomo che ruba per dare agli ex dipendenti, il poliziotto affittacamere e il suo “feroce”
 cane Hannibal, la scalcinata rock band di quartiere. E mentre parte un nostalgico tango finlandese, Kaurismäki sembra dire che dimenticare il passato può essere a volte l’inizio di una rinascita. Intanto M, giorno dopo giorno coraggiosamente, scopre la libertà, l’amicizia e il tenero amore per Irma. Una favola contemporanea, divertente e malinconica, sulle vie sorprendenti che può prendere la vita.

Autori Vari, Smettila di piangere, Minimum Fax

Dalla selezione annuale di narrativa dell’«Irish Times», tredici short stories che fotografano la fertile realtà della nuova scrittura femminile in Irlanda, un paese dove a lungo il patriarcato e il cattolicesimo hanno relegato le donne a un ruolo culturale del tutto subordinato.
Sono storie di abusi, disperazione e sacrificio, di crisi familiari e affettive, ma spesso anche di coraggio e di emancipazione: sono voci orgogliose e consapevoli di autrici che sanno rappresentare la durezza della realtà e la contraddittoria delicatezza delle emozioni, e alternarvi la leggerezza di uno humour disincantato.

Stefano Bruccoleri, L’allevatore di farfalle, Eris

«L’allevatore di Farfalle è il mio secondo libro, arrivato un anno dopoVia della casa comunale n° 1. Sono come figli che hanno viaggiato con me per circa sette anni in un lungo viaggio in bicicletta, ventisettemila chilometri, prima nella pancia e poi nello zaino. Figli diversi fra loro: L’allevatore di Farfalle è nato maturo, più consapevole e sereno. Racconti, poesie chi da una riga, chi da due pagine. I figli sono fatti così, a volte parlano molto, altre volte sono taciturni.»

Stefano Bruccoleri ci racconta la strada come un universo a sè stante, nascosto ai nostri sguardi indiscreti: parchi cittadini in cui accamparsi per la notte, i volti del pubblico di un cinema porno, la ricerca di rapporti sessuali occasionali a colmare una solitudine desolante. La strada come casa e mura che opprimono chi per molti anni una casa non l’ha avuta. Momenti di rabbia e di alcolismo consumati in silenzio. Ma anche l’inaspettata tenerezza dei rapporti umani, l’ospitalità e la generosità di chi non ti nega un letto caldo, l’incontro con un extracomunitario che sta peggio di te e ti fa sentire un privilegiato. La capacità di riconoscere gli attimi di felicità, goderseli sino in fondo e scriverli.

Saul Frampton, Il gatto di Montaigne, Guanda

Nel 1570, a soli trentasette anni, Michel de Montaigne dà le dimissioni dalla carica di magistrato e si ritira nel castello di famiglia in Dordogna, a meditare sui lutti che l’hanno colpito di recente. È convinto che neppure a lui resti molto da vivere, né gli dispiace, perché come Lucrezio non crede che di per sé il prolungamento dell’esistenza rappresenti un piacere. Scopre però di sbagliarsi: l’ozio, invece di assicurargli la tranquillità sperata, finisce per stimolare la mente e la sensibilità unica del nobiluomo, che si dedica alle dissertazioni divenute universalmente note come i Saggi. Montaigne scopre il potere del quotidiano, il valore del particolare, l’importanza dell’hic et nunc; scopre in se stesso una vitalità che lo porta a superare il proprio pessimismo e a elaborare una nuova filosofia esistenziale. A cercare (e trovare?) un antidoto alla paura della morte.
Con perspicacia e ironia, in un libro straordinariamente godibile, Saul Frampton ci racconta uno dei pensatori più originali e divertenti del Rinascimento, uno scrittore che ha influenzato i grandi della letteratura mondiale, ma che trascende la sua epoca per parlare ancora al lettore di oggi della vita nella sua essenza e di come assaporarla appieno.

George Saunders, Dieci dicembre, Minimum Fax

Da anni, George Saunders è riconosciuto come una delle voci più originali e influenti della narrativa americana contemporanea; senza aver mai scritto un romanzo, ma solo racconti, ha ricevuto elogi unanimi dalla critica. Ora, giunto alla sua quarta raccolta, ha definitivamente raggiunto anche il grande successo di pubblico. Dieci dicembre è la sua opera che, senza rinunciare alla vena surreale e immaginifica, si avvicina di più al realismo. Accanto a racconti ambientati in laboratori dove si creano improbabili psicofarmaci, o in sobborghi residenziali dove donne moldave o filippine in abiti bianchi penzolano da fili tesi fra gli alberi come decorazioni, ci sono storie di famiglie comuni la cui normalità è turbata dal ritorno di un figlio dalla guerra o dall’irruzione di un malintenzionato: in tutti i casi, i personaggi si trovano a dover scegliere fra l’egoismo e la compassione, l’orgoglio e il sacrificio. Commoventi e sorprendenti, mai banali o buoniste, queste dieci storie sono originalissime parabole per il nostro tempo.

Ferlinghetti Lawrence, Il senso segreto delle cose, Minimum Fax

Una raccolta di poesie che spazia dalle più sfrenate esperienze allucinogene alla descrizione di un viaggio invernale a Mosca, dai cieli sterminati di Big Sur ai sotterranei di San Francisco. In appendice, un appassionato commento dell’autore stesso a una delle poesie: entrambi furono letti dal “Prévert americano” al Berlin Literarisches Colloquium del febbraio 1967.

Autori vari, Sostiene Sankara, Becco Giallo

Esempio di moralità e speranza per tutta l’Africa, Sankara ha realizzato in pochi anni scuole e ospedali, distribuito vaccini, piantato alberi per fermare la desertificazione, ridistribuito la terra ai contadini, ridotto la spesa pubblica e la corruzione, proibito l’infibulazione e la poligamia. Fu ucciso in un colpo di stato il 15 ottobre 1987, con la complicità di Francia e Stati Uniti. Questo libro, nato dalla mostra “Sostiene Sankara”, presenta le traduzioni dei suoi discorsi sul debito africano, sulle donne, sull’ambiente, sull’unità africana e approfondimenti scritti di Marinella Correggia (Altraeconomia), Silvestro Montanaro (Rai3), Mauro Biani (Il Manifesto, Il Fatto Quotidiano) e le illustrazioni dei migliori talenti del fumetto italiano: Christian Grisellini, Mauro Biani, Akab, Toni Bruno, Simone Lucciola, Vito Roma, Rocco Lombardi, Kanjano, Daniele Serra, Biadi, Marina Girardi, Des Dorides.

Carter Forrest, Piccolo albero, Salani

Siamo in Tennessee durante gii anni della Grande Depressione. Un orfano di cinque anni viene affidato ai nonni Cherokee. Da oggi vivrà sui monti, nella loro capanna tra i boschi. Da oggi il suo nome sarà Piccolo Albero. Grazie a loro, e agli amici che incontrerà, scoprirà i segreti della natura e della vita. Una prosa essenziale, vivida, altamente descrittiva e avvincente: la storia di Piccolo Albero è un invito a cogliere quanto di poetico c’è nella vita e ad ascoltare con rispetto la voce della natura. Età di lettura: da 11 anni.

Lisboa Adriana, Blu corvino, La Nuova frontiera

A dodici anni, Vanja perde la madre ed è costretta a lasciare Rio de Janeiro per trasferirsi a Denver, in Colorado, a casa di Fernando, l’ex marito della madre. Lì la bambina brasiliana scopre per la prima volta la neve, il freddo intenso, il gracchiare desolato dei corvi e le strade larghe senza ombra, diventando una “latina”. Grazie a Fernando, però, Vanja ricostruisce anche il passato della madre e il dramma della dittatura militare che, in un modo o nell’altro, con i suoi orrori, ha segnato la vita di un’intera generazione di brasiliani. Insieme a Fernando e a Carlos, un piccolo amico salvadoregno, Vanja attraversa gli Stati Uniti alla ricerca del padre biologico e delle proprie radici, finendo con il reimpossessarsi della sua storia nel momento stesso in cui questa smetterà per lei di avere importanza.

Tuomas Kyrö, L’anno del coniglio, Iperborea

Vatanescu, clandestino rumeno in Finlandia, arriva nel mondo da cui Vatanen, il leggendario eroe dell’Anno della lepre di Arto Paasilinna, era fuggito: il libero, prospero e frenetico Occidente. Forte di un contratto a tempo indeterminato da mendicante per Jegor Kugar, ex agente del KGB nonché trafficante di droga, armi ed esseri umani, è pronto a intraprendere la sua epica scalata verso l’integrazione – e a comprare al figlio Miklos quelle scarpette da calcio che ha sempre sognato. Ma la carriera di accattone è tutt’altro che promettente e Vatanescu, presa la fuga, si ritrova sballottato da Helsinki alla Lapponia, braccato da polizia e mafia russa, con un coniglio salvato in un parco come inseparabile talismano. A quarant’anni dal famoso romanzo di Paasilinna, Tuomas Kyrö racconta l’epopea di un outsider dei nostri giorni, trascinato per tutti i gradini della società e i trabocchetti della burocrazia, le battaglie di filantropi, ambientalisti, politici e i sogni di una prestigiatrice incompresa. Perché se Vatanen ha potuto scegliere la natura e la libertà, Vatanescu non ha altra scelta che rincorrere un posto a lui negato nel sistema, per arrivare a concludere perplesso: “Non sapevo che la vita facile potesse essere tanto difficile”. La sua fresca ingenuità diventa humour sottile in un viaggio nell’Europa globalizzata e nell’eterna corsa alla felicità, dove c’è chi parte con belle scarpe lucide e chi con ciabatte sfondate, ma lotta perché almeno il figlio possa giocarsi la sua partita con un vero paio di scarpe con i tacchetti

Arto Paasilinna, Sangue caldo nervi d’acciaio, Iperborea

Linnea Lindeman, pescatrice infaticabile, cacciatrice di foche, levatrice, oltre che sciamana e onorata divinatrice, una ventosa giornata d’autunno, in mezzo al mare in tempesta, ha una visione: nel 1918, in una Finlandia che ha da poco conquistato l’indipendenza, scoppierà la guerra civile. E quello stesso anno nascerà Antti Kokkoluoto, un uomo destinato a formidabili imprese, un eroe dal sangue caldo e dai nervi d’acciaio come vuole la tradizione dei grandi finlandesi, la cui esistenza attraverserà tutto il Novecento, per spegnersi solo il 12 luglio 1990. Forte della profezia di lunga vita, Antti si lancerà spavaldo nelle avventure più folli, da mercante di cavalli sulle orme del padre Tuomas a contrabbandiere di alcolici come sua madre Hanna, da imprenditore illuminato a intrepido soldato al fronte, da campione olimpico di tiro al bersaglio a leader dei socialdemocratici. Sullo sfondo la crisi del ’29, le lotte tra fascisti e comunisti, la Guerra d’Inverno e le altre, e una strampalata galleria di patrioti, anarchici e ribelli del quotidiano, tutti armati di quella paasilinniana leggerezza che si fa beffe di ogni retorica e fanatismo. La tragicomica epopea di una famiglia comune e “appena più vera del vero” diventa la chiave per capire le speranze e le paure di un popolo travolto da una Storia tra le più complesse del secolo scorso. E i modi con cui ha cercato di resistere.

Various Authors, Smettila di piangere, Minimum Fax

Dalla selezione annuale di narrativa dell’«Irish Times», tredici short stories che fotografano la fertile realtà della nuova scrittura femminile in Irlanda, un paese dove a lungo il patriarcato e il cattolicesimo hanno relegato le donne a un ruolo culturale del tutto subordinato.
Sono storie di abusi, disperazione e sacrificio, di crisi familiari e affettive, ma spesso anche di coraggio e di emancipazione: sono voci orgogliose e consapevoli di autrici che sanno rappresentare la durezza della realtà e la contraddittoria delicatezza delle emozioni, e alternarvi la leggerezza di uno humour disincantato

Yuri Herrera, Segnali che precederanno la fine del mondo, La Nuova frontiera

Mictlán si trova a un livello inferiore rispetto allo spazio umano. È l’inframondo nel quale abitano i signori della morte. La mitologia precolombiana lo situa verso nord e per raggiungerlo bisogna percorrere un cammino molto lungo che prevede nove tappe. Sono i nove passi del mito. Il primo è la Terra e l’ultimo è Mictlán, o il luogo senza valvola di sfogo per il fumo. Questo è il percorso che dovrà fare Makina, la protagonista di Segnali che precederanno la fine del mondo, il secondo romanzo di Yuri Herrera. Makina è una ragazza che s’incammina verso il nord in cerca del fratello, e che passerà per nove tappe, come nel mito. Sono i nove capitoli del romanzo che prendono il nome dalle nove stazioni della leggenda precolombiana. E tutto perché la tradizione ancestrale si riallacci alla realtà. S’incontrano città e luoghi senza nome, una frontiera a prima vista invisibile, un fiume che si attraversa senza che si sappia dove nasce.Nel mito l’acqua del fiume deve essere attraversata in compagnia di un cane. Nel romanzo è un uomo, Chucho, che aiuta la protagonista ad arrivare all’altra riva. E ci sono le difficoltà del cammino, i capi dei clan e i pacchetti che si trasportano al nord senza chiedere nulla sul loro contenuto, perché “non si fruga nelle tasche degli altri”. Traffico di persone e sostanze, e un intreccio di linguaggio di frontiera che rende questa scrittura sorprendente per la bellezza precisa e persuasiva delle sue parole, per le nuove parole che inventa o trasforma per raccontare l’inesorabile. Il testo è una linea retta tracciata a morsi dalle sue voci, dagli scontri e da qualche sparo.Un registro linguistico speciale che ti aggancia in modo magico e del quale vorresti sapere di più, una lingua in grado di dirti con facilità dove stai andando senza fare alcun nome. È un registro fatto di suoni duri o lirici, quello con cui Makina strega chiunque si avvicini a Segnali che precederanno la fine del mondo. Lei è un’eroina da leggenda che supera le prove, passa per le varie tappe combattendo con le ombre spettrali del presente e con l’ansia di arrivare da suo fratello, che forse incontrerà in questo luogo senza finestre. L’inframondo della favola, un altro successo di Yuri Herrera.

Paolo Nori, Si chiama Francesca questo romanzo, marcos y marcos

In questo romanzo ci sono: una macchina meravigliosa, un posto per andarci a riflettere, una città russa famosa per la sua produzione di pentole, un armeno che gli piace citare Cechov crede di essere furbo, una certa dose di compiacimento nello scoprire di essere poco normali, una quantità di pensieri che vanno e che vengono e che non lo fanno mai stare tranquillo, una tutina aderente speciale che fanno loro in Irlanda, un paio di tipici esempi di immaginazione, un momento che ci si chiude in casa a Basilicanova a rilegger fumetti farsi colare sopra le mani la cera delle candele, una scena di pianto nella biblioteca Lenin di Mosca, un numero imprecisato di storie del Mullà Nasrudìn, tutte le partite del mondiale di calcio del novantaquattro, una fila di madonne che in ospedale se la ricordano ancora, uno che si chiede come può fare a resistere alle bastonate che arrivano da tutte le parti e qualche altra cosa.

Adriaan Van Dis, Tradimento, Iperborea

Sono passati 38 anni da quando Mulder e Donald militavano in un’organizzazione segreta contro l’apartheid: il sudafricano Donald da severo idealista, figlio dissidente di un pezzo grosso del regime, e l’olandese Mulder da passionale giramondo assetato di avventure. Ritrovato il vecchio amico, Mulder lo raggiunge nel nuovo Sudafrica, ma il ritorno è un brusco risveglio che rimette in discussione il senso della lotta e l’integrità dell’individuo di fronte ai grandi ideali. Un risveglio degli antichi conflitti tra i due compagni, rivali anche nell’amore per Cathérine, figlia ribelle di un ricco afrikaner finita in carcere per un tradimento di cui ognuno sospetta l’altro. E un risveglio ancora più amaro dai sogni della “nazione arcobaleno”, dove la segregazione ha radici troppo profonde e lo stesso Donald, paladino degli oppressi, vive in una villa sulle dune lontano dalle baracche dei coloured. Come a riscattare la speranza, Mulder si unisce all’amico in un’ultima battaglia: sfidare trafficanti e pescatori di frodo per salvare il piccolo Hendrik dal tik, la potente anfetamina ricavata da un mollusco che è l’unica fonte di ricchezza locale, e da cui tutti i bambini sono dipendenti. Ma esiste speranza per un paese dove una povera venditrice di ostriche rimpiange l’ordine dell’apartheid? Tradimentoè un viaggio nelle contraddizioni di una nazione che diventa specchio delle fragilità umane, nelle sfumature che rimodellano i confini tra il bene e il male ponendo nuove domande senza mai dare risposte, neanche a chi, malgrado tutto, “non può fare a meno di occuparsi del mondo”.

 

Jørn Riel, Viaggio a Nanga, Iperborea

Bjørk non crede ai suoi occhi quando da Capo Thompson vede la Vesle Mari farsi strada tra i ghiacci per rifornire i cacciatori della costa. Perché a bordo c’è proprio Halvor, che un Natale di anni prima ha divorato per errore il suo compagno, il Vecchio Niels, scambiandolo per il maiale di casa. Le cure mediche e il ritiro in seminario non sono serviti a placare i sensi di colpa del cacciatore, tornato in Groenlandia per cercare qualcosa che ha dimenticato, qualcosa di molto importante, che forse potrà dargli pace, ma cosa? Per ricordarlo intraprende un viaggio alla riscoperta della grande isola bianca, attraverso l’immenso buio dell’inverno polare, in cui “il tempo è un’illusione” che confonde il giorno e la notte, la realtà del nudo confronto quotidiano con una natura imperiosa e l’immaginazione paradossale, innaffiata di acquavite, degli avventurieri poetici e scanzonati che abitano queste terre sperdute. Come Mads Madsen, che per la crisi di astinenza dalla sua pipa rischia di perdere un amico fraterno e qualche connotato in una furibonda scazzottata, o il raffinato Conte, che con una bottiglia di Chablis mette in piedi il primo allevamento di bue muschiato al mondo, o Fjordur, il vendicatore solitario con una ferita insanabile nel cuore e una passione per il lavoro a maglia. Se, come insegna il saggio Bjørk, l’intelligenza è il semplice frutto della fantasia, niente è impossibile a chi sa ascoltare la natura fuori e dentro di sé, e la più impetuosa tempesta artica può dare a Halvor le risposte che cerca, conducendolo fino a Nanga, la meravigliosa montagna azzurra del Kashmir.

Kader Abdolah, Il re, Iperborea

“Ho lasciato morti dietro di me, i miei compagni di lotta sono in carcere o sepolti in qualche cimitero, mentre io vengo ricevuto ovunque come un re.” Come i precedenti romanzi di Kader Abdolah, anche Il re è frutto di una febbrile urgenza di scrivere, di un dovere etico della memoria. Siamo nella Persia a cavallo tra Otto e Novecento, al centro del Grande Gioco tra Russia, Francia e Inghilterra per il dominio asiatico. Ma è anche l’alba della globalizzazione, una brezza incessante spazza via tradizioni millenarie per portare modernità e profondi cambiamenti. Debole, ostinato, vendicativo, più interessato alle duecentotrenta donne del suo harem e alla gatta Sharmin che ai problemi dell’Iran, lo scià Naser non sa intercettare gli snodi cruciali della Storia, ma proprio per questo mantiene il fascino umano del perdente legato a un mondo che scompare. A lui si contrappone il visir Mirza Kabir – trisavolo dell’autore – che lotta invece per un futuro di progresso, sognando la costruzione di scuole, fabbriche, ferrovie, ospedali e il diffondersi dei vaccini. Con Il re si ritrova l’Abdolah de La casa della Moschea, il cantastorie affabulatore che rievoca profumi e atmosfere da mille e una notte, ma soprattutto il grande interprete del suo tempo, capace di cogliere il parallelo tra l’arrivo del telegrafo nella Persia di Naser e quello di internet nell’Iran di oggi. Il re si configura così come un romanzo di penetrante attualità, testimonianza di quel “contagio” dell’Occidente che, allora come oggi, porta con sé la speranza di un cambiamento alla lunga inesorabile.

Goran Tunstrom, Lettera dal deserto, Iperborea

“Questo è il deserto. Qui ho bussato per tutta la notte contro la sottile parete che mi separa dal divino.” Solo di fronte alla missione che lo attende, nel deserto in cui si ritira quaranta giorni prima di iniziare la sua predicazione, Gesù ripercorre in una lettera autobiografica tutta la sua infanzia e giovinezza, un periodo che non ha lasciato traccia nei Vangeli ma che qui trascende ogni dibattito storico-teologico per porre al centro l’uomo, il suo eterno interrogarsi sul bene e il male, sulle responsabilità individuali e collettive. Gesù è un bambino dall’insolita capacità di sentire quel legame profondo che unisce tutto il creato, è un adolescente così aperto al mondo e innamorato della vita che il cugino Giovanni, severo predicatore in cui “non c’è più nulla che sorride”, riconosce in lui il vero portatore di una nuova comunione tra gli uomini. Ma è anche un rivoluzionario che vede il suo popolo martoriato dalla dominazione romana, oppresso dal vuoto fanatismo della Legge del tempio e tradito dai sacerdoti corrotti. La ricerca di una nuova salvezza per i “cortili della fame” lo porta ad avvicinarsi alla guerriglia armata degli zeloti come ai “Messia” visionari che battono le strade della Palestina promettendo l’oblio dell’estasi, prima di rivelargli quel nuovo cammino di liberazione che lo condannerà alla solitudine, perché “chi si è liberato è un abominio agli occhi dell’oppresso”, finché l’uomo non capirà che “siamo noi stessi il regno che deve venire” e che per spezzare ogni giogo non servono miracoli, “è l’amore che manca”.

Erlend Loe, Saluti e baci da Mixing Part, Iperborea

Telemann, 42 anni, aspirante drammaturgo in perenne crisi creativa, ha qualche problemuccio con l’alcol e i libri di cucina, e detesta la Germania. Nina, 43 anni, insegnante, invasata di tutto ciò che abbia anche solo un vago sapore teutonico. Questi i due protagonisti della “folle commedia travestita da romanzo” con cui Erlend Loe, affilata la lama della sua irriverente ironia, si addentra in un nuovo mondo di equilibri precari e confusi desideri di fuga: la crisi di coppia. A far scattare la miccia è l’ennesima vacanza tedesca a Garmisch-Partenkirchen, sulle alpi bavaresi, storpiato in Mixing Part dal traduttore automatico di Bader, il proprietario della casa affittata, che mangia solo “uova di galline che vedono montagne innevate” e non spiccica una parola di inglese. Rifiutando ogni contatto con il paese delle “nazichincaglierie”, Telemann si perde nell’ossessione di scrivere l’opera teatrale del secolo, ma le sue fantasie e i suoi ormoni non fanno che deviare sulle curve di Nigella Lawson, sexy cuoca della tv britannica e moglie del milionario Charles Saatchi, mentre Nina insegue il suo sogno germanofilo accorciando un po’ troppo le distanze con Bader. Tra rivoluzionarie teorie drammaturgiche, tresche reali e immaginarie e ipercaloriche ricette erotiche, il muro di incomunicabilità cresce insieme al peso di Telemann, il dialogo incalza nudo e laconico come in una graffiante pièce dell’assurdo, e quel teatro crudele e sincero a cui lui tanto aspira trova un palcoscenico nella vita vera

Fulvio Ervas, Si fa presto a dire Adriatico, marcos y marcos

Onde azzurre dell’Adriatico, calamari fritti e birra rossa; l’ispettore Stucky ha desiderio di distanza.
In sella alla sua Morini, ricama la costa croata, negli occhi isole di sughero, cocci di terre frantumate. Lungo la strada un guizzo, occhiali nerissimi, perla all’orecchio: ah, le donne. Certe donne.
Lei si chiama Ajda e lo scorta in un campeggio naturista; se ne va con la promessa di tornare.
Senza costume, è più facile abbandonarsi ai racconti che si scambiano i corpi, seguire i balzi sulla sabbia di Argo, il cane salsiccio, l’animale più fiducioso che ci sia.
Contemplando paradisi di curve senza silicone, Stucky aspetta
il ritorno della bella.
Sarebbe tutto perfetto, ma non dura: anche il sole di Croazia ha
la sua ombra.
Un delitto irrompe nel suo sogno di vacanza.
La corda appesa alla trave delle docce è incrostata di sabbia, di salsedine. Sa di mare aperto, vele al vento, scorribande notturne.
Ante Latinski, il commissario incaricato delle indagini, ha scritta sulla faccia la malinconia di Vukovar. Non lo vuole tra i piedi, questo poliziotto italiano.
Il morto è un Boscolo, però, e aveva la parlata di Chioggia.
Com’è finito a farsi impiccare sul lato b dell’Adriatico?
Stucky non ce la fa, a tirarsi indietro.
Ispettore clandestino in terra straniera, rivolta cameriere, nudiste triestine, motoscafi troppo veloci.
Senza distintivo, è più facile tuffarsi anima e corpo in questa storia di pesca abusiva, documenti che scottano, arrembaggi, tradimenti.
Partito col miraggio di una spiaggia, Stucky si troverà a mollare ogni ormeggio, e attraversare il mare.