Leena Lander, Venga la tempesta, Iperborea

Cos’è realmente accaduto quel giorno di maggio 1936 in cui Vida Harjula ha dato alla luce il secondo figlio Olavi, mentre la sua piccola Aino viene trovata annegata nelle acque basse di un ruscello tra le colline fatali, e Sean, l’uomo amato per il quale si preparava a lasciare il marito, è sparito senza dare spiegazioni dal villaggio e dalla sua vita? Qual’è il legame tra questi drammatici eventi? Perché nessuno ha mai indagato sull’improbabile morte accidentale della bambina? I fatti si svolgono a Colle-Olki, intorno a una miniera di nichel che attira l’interesse di potenze straniere, non lontano da quella frontiera russa che acuisce l’intolleranza dei conflitti politici, un luogo su cui aleggiano misteriose forze telluriche che alimentano leggende e timori ancestrali, rendono le passioni esplosive, ridanno ai sentimenti la loro forza elementare. E’ qui che sessant’anni dopo la nipote di Vida, iris Lehto, giornalista in pieno naufragio coniugale ed esistenziale, viene inviata per un reportage sul nuovo progetto di stoccaggio di scorie nucleari nell’ex miniera in disuso. Ma più dell’inchiesta ecologica, sono quelle domande in cui Iris si trova quasi suo malgrado coinvolta, spinta a scendere nelle acque sotterranee della memoria, dove sono sepolti i segreti di un passato in cui i ricordi di famiglia si intrecciano alle trame della Storia. Personaggi estremi, vite appassionate, in perenne confronto con l’amore, il desiderio e la follia, la ribellione e l’espiazione, che per frammenti, in un continuo alternarsi di presente e passato, a poco a poco le si rivelano, filoni aurei in quella pietra che condiziona il loro destino. “La pietra è il tempo, la pazienza incrollabile del tempo”, con cui si innalzano megaliti verso il cielo, dove dèi imperscrutabili richiedono a volte il sacrificio di innocenti per ristabilire un’armonia, illuminare un senso, trovare una riconciliazione con la vita.

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