Philip Roth, Nemesis, Jonathan Cape London

(in lingua originale)

Philip Roth deve aver scoperto la fonte dell’eterna giovinezza letteraria in una stradina di Newark o nello stato del Connecticut, dove attualmente vive. Ogni suo nuovo romanzo sembra incorporare il fuoco sacro dello scrittore agli esordi. L’energia dirompente, l’ingenuità, una brezza di entusiasmo capace di spazzare via anche il più piccolo acaro di affaticamento. Allo stesso tempo, ne è prova anche l’ultimo romanzo, appare evidente l’unicità di Roth nel panorama internazionale, scrittore padrone della materia, demiurgo che toglie e restituisce, personificazione della “giustizia distributiva”, come appunto la dea Nemesi.
Nell’estate del 1944 gli Stati Uniti si trovano a combattere due guerre. Quella al fronte contro tedeschi e giapponesi e quella a casa contro il flagello della polio. Nell’estate del 1944 e nei successivi anni fino alla messa in commercio del vaccino la polio sarebbe stata un avversario temibile quanto i kamikaze giapponesi. Ne verrà colpito anche il presidente Roosevelt. Nella prima parte di Nemesi, Roth mette in campo un narratore onnisciente o almeno così crediamo. Ma siamo abituati a non fidarci troppo di Roth e anche per questo lo amiamo. Ecco la vita di Eugene Cantor, per i suoi amici Bucky, un ragazzo ebreo di Newark, vent’anni, atleta eccellente, un futuro come insegnante di educazione fisica. Sua madre è morta durante il parto. Suo padre è un truffatore mai presente. Eppure Mr. Cantor è cresciuto nell’amore, ha imparato il senso del dovere, a essere determinato, coraggioso nelle difficoltà. Valori assorbiti dai suoi nonni materni, gli unici veri genitori che abbia mai avuto. Sarebbe stato un soldato perfetto, Mr. Cantor, ma un difetto alla vista gli ha negato la possibilità di arruolarsi.
Quella che per molti sarebbe stata una fortuna per lui diventa una vergogna difficile da sopportare. Si vergogna a farsi vedere in abiti civili, piange quando i suoi migliori amici partono per l’addestramento. Il pensiero del “come sarebbe stato se” accompagnerà l’intera esistenza del protagonista. Se sua madre fosse sopravvissuta al parto, se suo padre non fosse stato un ladro, se il difetto alla vista non gli avesse impedito di arruolarsi, se lui fosse stato più attento… Pagina su pagina, Roth mina le fondamenta del suo piccolo eroe, punisce la sua vita, stringe all’angolo la sua lucidità.
Bucky Cantor, quando aveva dieci anni, ha ucciso da solo un topo nel negozio di suo nonno, grazie a quella determinazione e forza di volontà che ora vuole trasmettere ai ragazzi del campo giochi di cui è responsabile, vittime preferite della polio. Diventa ben presto un modello per loro. Difendere quei ragazzi dal contagio diventa la sua missione di soldato in patria. Roth costruisce un personaggio imbevuto fino al midollo di rettitudine morale, un guerriero che ha bisogno di un nemico da combattere. E se non possono essere i giapponesi sarà la polio, e poi Dio e infine se stesso, quando non troverà più nessun altra forza verso cui dirigere la propria superbia.
La costruzione del personaggio sembra rispondere alla legge meccanica e simbolica, maggiore sarà il suo peso e più forte sarà il rumore che farà quando crollerà a terra. Per questo in alcuni momenti il protagonista appare ai nostri occhi come un eroe invincibile, puro di cuore, che tutti amano, generoso fino all’annullamento personale. Qualcuno ha scritto che le vere storie d’amore di Philip Roth, non sono tanto quelle vissute dai personaggi, ma forse quelle che il grande scrittore americano vive con i protagonisti dei suoi romanzi. E nelle ultime pagine Roth restituisce a Mr. Cantor un attimo di bellezza perduta, come un dio buono che torna sui propri passi.

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