Adriaan van Dis, Il vagabondo, Iperborea

Adriaan van Dis, Il vagabondo, Iperborea

Mulder, colto e agiato olandese nullafacente a Parigi, vive un’ordinata routine di rituali quotidiani tra il suo elegante appartamento borghese e le immutabili passeggiate serali, finché l’incontro con un cane, che gli cade ai piedi fuggendo da una casa in fiamme, non arriva a scardinare le sue abitudini e i suoi pregiudizi e a cambiare radicalmente il suo rapporto con il mondo. Lasciandosi “portare al guinzaglio” da quel nuovo compagno senza nome che l’ha scelto per padrone, e che gli insegna il muto linguaggio degli affetti, Mulder improvvisamente vede quella realtà cui è sempre passato accanto senza notarla, estraneo e invisibile, guardando altrove nella sua compiaciuta ricerca di bellezza. La realtà degli esclusi, dei clandestini, dei mendicanti, degli uomini “senza”: i senza tetto, senza documenti, senza legge e senza diritti, gli inferi nascosti dietro l’angolo di ogni metropoli occidentale. Incrociando i destini di Ngolo, rifugiato nel campanile, del Chinois, che dorme in bozzoli di cartone, della bella Mme Sri, di cui si innamora, di Fanta, bambina bruciata e di père Bruno, prete scomodo e fuori dagli schemi, Mulder sente di colpo l’impulso di “fare qualcosa”, per quanto inutile, inadeguato e illegale possa sembrare. Col sorriso e una tenerezza priva di ogni sentimentalismo, Van Dis trasforma uno svagato vagabondare per le vie di Parigi in un viaggio iniziatico alla ricerca di un senso e di un’appartenenza per arrivare a farsi, se non fratello, almeno testimone consapevole, capace di “vedere e sentire tutto”.

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