Gianna Manzini, Scacciata dal Paradiso, Hacca

Raggiungere la piattaforma di bellezza su cui poggia il mondo è l’obiettivo di questi scritti dal tono lieve ma dalla potenza sotterranea, che come uno scandaglio cercano nella vibrazione interiore della scrittrice una risposta alla vita, ma anche un suo precorrimento, una sua anticipazione. Un obiettivo, e un punto di partenza: la bellezza diviene premio delle proprie aspettative verso il mondo, e di una prospettiva aperta e gioiosa nel viverlo.
Gli argomenti da analizzare, anzi levigare con la riflessione, usando gli strumenti relativamente rapidi e frivoli delle rubriche cartacee e radiofoniche, sono scelti con libertà. O almeno questo è l’effetto che fanno al lettore di oggi, che da una distanza di più di cinquant’anni si affaccia sull’attività culturale di una scrittrice strutturalmente colta e raffinatissima, ma anche capace di concretezza e comprensione, soprattutto in grado di specchiarsi limpidamente nei gesti, nei movimenti e nei volti
delle vite altrui.
Le definizioni che ne nascono, dei sentimenti, delle emozioni, dei pensieri umani che guidano le azioni e le scelte sono memorabili: la gratitudine è la “caparra un po’ vile sui sentimenti altrui”; la fiducia un’amplificazione del rispetto verso gli altri, una capacità di aprirsi alla relazione che fa onore a chi la coltiva, perché è “meglio sbagliare cento volte per avere immeritatamente accordato fiducia, che una volta sola per averla sottratta a chi ne era degno”. Poi c’è l’amore per gli animali, che rende Gianna Manzini un personaggio speciale nella galleria della letteratura italiana.
Lei stessa se ne dichiara consapevole, come di un tratto distintivo: “è risaputo che mi piacciono le storie di animali”. Tanto che uno dei suoi romanzi più fortunati ha fin dal titolo la presenza simbolica e femminile di un rapace. La stessa preziosa attenzione si posa sulle debolezze dell’umano sentire, come le manie su cui è difficile intervenire, anche per assecondarle, “perché ogni manìa ha un margine di segreto”. O come il peso del “silenzio coniugale”, o la contraddizione di alcuni sentimenti, che soprattutto nel rapporto amoroso fra i due sessi appare stridente: “nel sospetto è l’acuto d’una particolare intelligenza: quella appunto di chi ama nel momento in cui teme o odia”.
La stessa contraddizione che fa definire l’amante perfetto “quello che rispetta eternamente l’odio che ispira in chi lo ama”.

Bianca Garavelli

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