Kari Hotakainen, Colpi al cuore, Iperborea

Helsinki anni ’70. L’addetto alle riparazioni Raimo Kytöniemi nutre un’insana passione per i film polizieschi. È in quel genere che trova i suoi “colpi al cuore”, quei film che “rivoluzionano le idee, cambiano la vita”, dopo i quali “niente è come prima”. Disoccupato da mesi, resta incollato davanti alla TV fino a notte fonda, sordo alle necessità familiari, che lascia sulle spalle della moglie Ilona, esausta da lavoro, incombenze domestiche e i due figli piccoli. Ma ecco che la passione sembra di colpo premiata, quando Francis Ford Coppola, per motivi di budget, sicurezza, e per le evidenti similitudini tra Sicilia e Finlandia, sbarca a Helsinki con Marlon Brando, Al Pacino, Robert Duvall e tutta la troupe per girare Il Padrino. Raimo è al colmo dell’esaltazione: il suo sogno, entrare in un film non da comparsa, ma mettendo tutta la sua competenza di cinefilo, è finalmente a portata di mano. Come in Buster Keaton, cui Hotakainen ha dedicato un romanzo, o Woody Allen, con uno stile rapido e un linguaggio gergale, alternando le scene sul set a quelle del ménage di Raimo, l’autore crea un continuo corto circuito tra realtà e finzione in un gioco a rischio in cui è più facile che i divi perdano la loro polvere di stelle piuttosto che ne restino avvolti gli abitanti di Maunula. Tra voli semi-sciamanici nel cielo di Helsinki, sagge nonne defunte, stelle del cinema vulnerate, è su di loro che è puntata l’attenzione di Hotakainen, sulla periferia – quella di Helsinki e della società, e ancor più dell’interiorità, recesso inconfessabile su cui anche Dio preferisce stendere, ome su tutta Maunula, un pietoso telo: “occhio non vede, cuore non duole”.

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