Luigi Davì, Gymkhana-Cross, Hacca

Davì pubblica i racconti di Gymkhana-Cross nel 1957, nella collana dei “Gettoni” di Einaudi diretta da Elio Vittorini. A ventotto anni il giovane collegnese apprendista meccanico da quando ne aveva quattordici, ha attraversato la guerra in calzoni corti e vive le prime scintille di rinascita, e sta per entrare a far parte – per pochi anni – di quella Fiat che già marcia a grandi passi per far crescere Torino e le sue industrie.
Ci fu un tempo, dunque, in cui la classe operaia aveva un suo piccolo paradiso. Giornate lunghe in fabbrica – si lavorava anche il sabato, e senza tante recriminazioni – ma anche serate spensierate a caccia di fanciulle assai poco disponibili, bevute all’osteria con gli amici – le memorabili cappe di fumo stagnante appena sopra il mezzo litro di vinaccio allappante – e poi tante chiacchiere, tante illusioni, mentre gioventù passava e le ambizioni si tramutavano in un onesto matrimonio con prole e casetta in periferia. Il mondo raccontato da Luigi Davì in questa raccolta di storie minime – minimaliste, si direbbe adesso – è proprio quello di un ipotetico giovanotto d’altri tempi che, seppure con nomi diversi, sembra rincorrersi attraverso tutte le piccole vicende di vita quotidiana che costituiscono l’antologia ideale di un mondo antico e appartato, appena dietro l’angolo e ancora ben visibile nelle foto in bianco e nero dei nostri genitori. Vita di fabbrica – con scherzi goliardici inclusi e voglia di costruire qualcosa, al di là dei “pezzi” di lavorazione.
[...] Sono proprio quelle nuove stagioni senza storia che Luigi Davì cercò di scandagliare nei suoi acquerelli post-bellici e pre-industriali: un mondo di poche esperienze nuove e di prospettive limitate tra città e periferia – Torino, ma anche Collegno e squarci piuttosto riconoscibili della vicina Val di Susa – lavoro e tempo libero senza week-end forsennati verso il mare, il tutto circoscritto in un giro d’orizzonte che segnò un po’ ovunque le tappe di un’Italia nuovamente da svezzare. Sono i nostri genitori – per qualcuno di più giovane i nonni – questi personaggi che contribuirono, nel loro minimalismo senza scossoni, a creare il benessere che di lì a poco ci avrebbe storditi. Una partita a bocce, un mezzo litro in compagnia, una passeggiata al chiaro di luna – “via le mani da lì!” – uno scherzo in caserma o in fabbrica, una gita in montagna: la semplicità che un tempo si chiamava vita e ora è passato, memoria, malinconia.

Dall’introduzione di Sergio Pent

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