Maurizio Ceccato, Non capisco un’acca, Hacca

Un accademico attaccabrighe
si accanì baccantico sul taccagno tabaccaio
braccato da una slovacca attaccabottoni
che bivaccava raccapricciante
con un baccalaureato.

Inutile dire che non capisco un’acca è molto più che una raccolta di filastrocche. E’ un libro d’artista, è un viaggio nell’immaginario, è una seduta psicanalitica, è un portfolio, è un gioco citazionistico (ma mica postmoderno eh, Ceccato se ne frega che noi si trovi il referente o meno), è una sfida al vocabolario, è lo zenith che può raggiungere la collaborazione fra un grafico e una casa editrice (Hacca, appunto), è la massima coerenza progettuale raggiungibile in un bagno di anarchia.

L’acca foneticamente non esiste, ha solo, quel che si dice, un valore “diacritico” coopera cioè a indicare la pronuncia di una serie di segni grafici. E’ quindi un segno ancillare,  in un certo senso una buona metafora della grafica editoriale, ancella del testo. Un segno di servizio. Ma capita che anche le ancelle più virginali di tanto in tanto si incazzino, si straccino le calze, e decidano di vomitare in un sol colpo tutto quello che si sono tenute dentro per anni.

E fu così che un bel giorno, in una pagina lontana lontana, successe il fattaccio: le acca pensarono bene di farla pagare a tutte le altre lettere dell’alfabeto, partendo alla carica del significato costituito in quella che fu ricordata come la rivolta delle acca.

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