Friedrich Dürrenmatt, Romolo il grande, marcos y marcos

Roma, quinto secolo dopo Cristo.
L’impero romano è allo sfascio. Romolo Augusto, erede suo malgrado dei fasti del passato, sembra quasi compiacersi della marcia trionfale che accompagna la calata dei germani verso Roma, sotto la guida di Odoacre. Sta alla larga da Roma, e si dedica serenamente all’allevamento dei polli, che portano i nomi dei grandi imperatori: Tiberio, Augusto, Domiziano… Invano la moglie Giulia e l’imperatore d’Oriente, tentano di chiamarlo alla ragione. Invano, il ricchissimo Cesare Rupf – fabbricante di calzoni – gli offre un’occasione d’oro per salvare l’impero. I germani espugnano Roma. Eppure, proprio nel momento della massima disfatta, Romolo e lo stesso Odoacre prenderanno tutti in contropiede. Romani, germani e lettori.
Con il suo fare stoico e buffonesco, fintamente sprovveduto, Romolo scaglia saette valide e attuali per qualsiasi governo, qualsiasi potentato, in qualsiasi frangente della storia umana.

Abbandonata l’università dopo discontinui studi in filosofia, Dürrenmatt si tuffò poco più che ventenne nel mondo del teatro. La messa in scena, nel 1952, di Il matrimonio del signor Mississippi, e la contemporanea pubblicazione di Il giudice e il suo boia lo portarono alla ribalta della scena culturale svizzera. La visita della vecchia signora e I fisici lo resero celebre in tutto il mondo. I miti greci e le vicende dell’Antico Testamento, ‘succhiati’ ancora bambino dal padre – pastore protestante – così come città e cittadine della provincia elvetica, plasmano il sottofondo di gran parte delle sue opere teatrali e narrative. Nella produzione romanzesca Dürrenmatt vede e denuncia, con piglio da cosmologo, le contraddizioni di un mondo in cui l’uomo vive in una sorta di grottesco labirinto. Giudici e colpevoli, Tesei e Minotauri, Bene e Male si rincorrono e si sfidano come gatti e topi. Fisicamente, intellettualmente, moralmente.
“Il mondo è una polveriera in cui non è vietato fumare”, suona uno dei suoi motti più spietati: non si fatica a dargli ragione.

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