Goran Tunstrom, Lettera dal deserto, Iperborea

“Questo è il deserto. Qui ho bussato per tutta la notte contro la sottile parete che mi separa dal divino.” Solo di fronte alla missione che lo attende, nel deserto in cui si ritira quaranta giorni prima di iniziare la sua predicazione, Gesù ripercorre in una lettera autobiografica tutta la sua infanzia e giovinezza, un periodo che non ha lasciato traccia nei Vangeli ma che qui trascende ogni dibattito storico-teologico per porre al centro l’uomo, il suo eterno interrogarsi sul bene e il male, sulle responsabilità individuali e collettive. Gesù è un bambino dall’insolita capacità di sentire quel legame profondo che unisce tutto il creato, è un adolescente così aperto al mondo e innamorato della vita che il cugino Giovanni, severo predicatore in cui “non c’è più nulla che sorride”, riconosce in lui il vero portatore di una nuova comunione tra gli uomini. Ma è anche un rivoluzionario che vede il suo popolo martoriato dalla dominazione romana, oppresso dal vuoto fanatismo della Legge del tempio e tradito dai sacerdoti corrotti. La ricerca di una nuova salvezza per i “cortili della fame” lo porta ad avvicinarsi alla guerriglia armata degli zeloti come ai “Messia” visionari che battono le strade della Palestina promettendo l’oblio dell’estasi, prima di rivelargli quel nuovo cammino di liberazione che lo condannerà alla solitudine, perché “chi si è liberato è un abominio agli occhi dell’oppresso”, finché l’uomo non capirà che “siamo noi stessi il regno che deve venire” e che per spezzare ogni giogo non servono miracoli, “è l’amore che manca”.

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